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Palazzo Schifanoia

Palazzo Schifanoia fu fondato sul finire del Trecento da Alberto V d’Este a scopo ricreativo.

Fu Borso d’Este a portare il palazzo al rango di edificio di rappresentanza, sopraelevandolo e dotandolo di uno scalone esterno sul lato verso il giardino e del grande salone decorato con il ciclo dei Mesi da un’equipe di pittori di cui facevano parte Francesco del Cossa ed Ercole de Roberti. In questa campagna edilizia, durata dal 1466 al ‘71, compare, per la prima volta documentata, la presenza di Biagio Rossetti muratore, subordinato all’ingegnere ducale Pietro degli Ordini. Secondo il cronista Ugo Caleffini, la costruzione di palazzo Schifanoia ebbe inizio nel 1385 per volontà di Alberto d’Este, fratello del marchese Nicolò II, cui succedette nel 1388. Si trattava in origine di un fabbricato a un solo piano, ancora oggi individuabile nello stratificato complesso edilizio e noto come “ala trecentesca”. Sembra che molto presto si realizzasse un ampliamento sul lato orientale. Nel 1436 il palazzo era composto da una trentina di stanze, molte delle quali abbellite da una decorazione pittorica; sappiamo che la camera del signore si trovava in capo alla loggia lunga. L’anno successivo il marchese Nicolò III donò il palazzo ad Alessandro Sforza, condottiero di ventura e futuro signore di Pesaro, che lo tenne fino al 1449, quando lo cedette al vescovo di Modena, che entro breve lo restituì agli Estensi.
È a Borso d’Este (marchese dal 1450 al ‘71) che dobbiamo un grande intervento di ristrutturazione e ampliamento del palazzo, avviato nei primi mesi del 1466 sotto la direzione di Pietro di Benvenuto degli Ordini. Nel 1469, l’edificio, sopraelevato di un piano, era in parte abitabile, mentre era in pieno svolgimento il cantiere pittorico del Salone dei Mesi; nel 1470 ne fu posto in opera il soffitto. Da semplice luogo di diporto, Schifanoia veniva trasformato in un grande palazzo di rappresentanza. Tra i nomi ricordati nelle note di spesa di questi anni, appaiono artigiani costantemente attivi per le fabbriche di corte, come il pittore Tito Livio e i lapicidi Antonio di Gregorio e Ambrogio da Milano. Si deve probabilmente a loro il parato lapideo del portale maggiore, inquadrato da classicheggianti lesene e sormontato da un anticonvenzionale attico con lo stemma estense e l’unicorno di Borso.
Sappiamo da documenti successivi che prese parte a questa campagna edilizia, durata fino al 1471, anche Biagio Rossetti muratore, attivo contemporaneamente nel palazzo di Teofilo Calcagnini: si tratta della sua prima attività nota. (Maria Teresa Sambin de Norcen)
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