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Palazzo Roverella

Il palazzo fu costruito da Girolamo Magnanini, segretario del duca, a partire dal 1496 nell'area nord limitrofa alle mura medievali di Ferrara.

Il palazzo, oggi più noto col nome dei suoi proprietari settecenteschi, i Roverella, fu costruito da Girolamo Magnanini, segretario del duca, che a partire dal 1496 iniziò una campagna di acquisizioni immobiliari lungo la via che fiancheggiava la fossa della città antica, accanto all’ospedale di Sant’Anna. Tale processo sembra essersi concluso nel 1509, con l’inglobamento nel nuovo palazzo di una casa appartenente alle monache di San Guglielmo. Nel 1522, il capomastro Mariano Mariani riscuoteva un credito in sospeso per i lavori che aveva realizzato nell’edificio.
Il palazzo è impaginato a U attorno a un cortile con una profonda loggia nel corpo trasversale, cui si accede da Corso della Giovecca tramite un androne; la loggia è sovrastata dal salone secondo la tradizione ferrarese. Nonostante i rimaneggiamenti, il cortile mantiene il suo carattere di primo Cinquecento con le colonne lapidee corinzieggianti, le ghiere d’arco decorate a perline, le finestre con gli archivolti dalla fine decorazione fittile (ne sono sopravvissute due), il cornicione a mensole con serafini e rosette nella sottocornice. Più problematica la facciata principale, su corso della Giovecca, il cui impaginato rappresenta un unicum a Ferrara. L’attribuzione a Biagio Rossetti, non suffragata da alcun documento, non regge di fronte all’analisi del linguaggio in essa dispiegato. I cotti e i rilievi lapidei sono stati pesantemente sostituiti, seguendo la configurazione precedente almeno nel disegno generale, ma probabilmente anche nella maggior parte dei dettagli.
La prima notizia che interessa il futuro palazzo risale al settembre 1496, quando il priore dell’ospedale di Sant’Anna investì in diritto d’uso Gerolamo Magnanini, cancelliere ducale, di un terreno vacuo posto dietro la propria casa. Si trattava di una striscia di suolo larga e poco profonda (m.41.60 x 9.60), vicina, ma non affacciata, al fossato che separava il vecchio centro cittadino dall’espansione urbana voluta da Ercole I, in quegli anni in via di realizzazione; nel gennaio successivo le monache di San Guglielmo investirono Magnanini di una casa murata con corte posta sulla via lungo la fossa, limitrofa all’ospedale di Sant’Anna. Poi i documenti tacciono fino al 1505, quando Girolamo acquistò dai figli del vecchio confinante, ormai deceduto, l’uso di una casa con loggia, cortile, orto, cisterna, pozzo e stalla; altri 290 mq. di terreno adiacente gli furono dati in uso dal priore di Sant’Anna nel 1508. Infine, il 5 dicembre dell’anno successivo, le monache di San Guglielmo gli concessero l’uso di una casa con cortile, frapposta tra la via e le sue proprietà, ora incorporata nel nuovo palazzo.
Poco sappiamo del procedere dei lavori. Nel 1522 un lodo arbitrale tra il capomastro Mariano Mariani e Bartolomeo e Giovanni, figli ed eredi del fornaciaio e imprenditore Alessandro Biondo, stabilisce che questi ultimi debbano pagare 4140 lire per lavori di muro e legname al palazzo di Magnanini, commissionati dal padre a Mariano, insieme a molte altre opere. Purtroppo non sappiamo con precisione a quale data i lavori siano stati svolti, forse si trattava di un vecchio debito, riferibile ancora alla costruzione del palazzo che nel 1509 risultava “noviter constructo”.
I Magnanini mantennero la proprietà dell’edificio sino al 1700, quando lo cedettero a Teresa Locatelli, vedova del conte Pietro Roverella, appartenente all’influente famiglia di origine rodigina, che fin dal XV secolo si era affermata ai vertici della società ferrarese. Nel 1869 la casata si estinse e il palazzo, dopo aver cambiato diversi proprietari, fu donato nel 1932 da Federico Zamorani al Circolo dei negozianti, cui appartiene tuttora.
La facciata del palazzo faceva parte in origine della cortina muraria continua lungo la via. Essa è impaginata simmetricamente e scandita da un parato di lesene con candelabre su entrambi i livelli, che si distendono sopra di un alto zoccolo a scarpa. La campata centrale è occupata dal portale lapideo, cui si sovrappone, al piano superiore, una trifora, coronata da un ampio timpano; le campate laterali ospitano ciascuna due finestre per piano, che tuttavia non sono centrate, bensì slittate verso le lesene. Trabeazioni trionfate con fregi in cotto riccamente decorati coronano entrambi i livelli, sottolineando lo sviluppo longitudinale della facciata. I cotti e gli inserti lapidei sono stati pesantemente sostituiti, seguendo la configurazione precedente nel disegno generale, ma anche nella maggior parte dei dettagli. Frammenti dell’originaria decorazione fittile si trovano oggi nel sottoportico del cortile.
A partire dal primo Novecento si è diffusa un’attribuzione del palazzo a Rossetti, nonostante l’unico documento disponibile relativamente ai lavori non faccia il suo nome. A sostegno di questa ipotesi la critica ha portato proprio l’anomala disposizione delle finestre, avvicinandola alle pseudobifore della casa di Biagio. Tale scelta, tuttavia, è relativamente diffusa nella Ferrara coeva e proprio a palazzo Magnanini perde vigore per l’interposizione delle lesene, che separano le finestre e le allontanano.(Maria Teresa Sambin de Norcen)
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