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Palazzo dei Diamanti

Il palazzo dei Diamanti, oggi sede della Pinacoteca nazionale di Ferrara, è l’edificio più famoso del rinascimento estense, ma anche uno fra i più discussi quanto a paternità e fasi costruttive.

Documentata la presenza di Biagio Rossetti in cantiere dal 1494 al 1507, quando i lavori si interrompono, alcuni studiosi hanno dubitato del suo coinvolgimento progettuale. Il problema non è di facile soluzione, in quanto l’edificio ha subito ripetuti rimaneggiamenti e la configurazione originaria è solo in parte riconoscibile. Nella facciata d’ingresso i cambiamenti più radicali riguardano le aperture: le finestre del piano terra erano in origine in posizione diversa e assai più piccole, della stessa dimensione di quelle della facciata nord, mentre il portale, con le lesene che lo fiancheggiano, risale, secondo Lugi Napoleone Cittadella, agli interventi condotti nel 1641 per volere del nuovo proprietario, il marchese Giovanni Villa. Tutte le finestre del piano superiore che affacciano sulle vie sono evidentemente tardocinquecentesche. Anche i volumi del palazzo, incentrati attorno a un cortile rettangolare, hanno subito consistenti modifiche e ampliamenti, pur rimanendo l’edificio incompiuto.
Nonostante i numerosi elementi ancora da chiarire, non è ragionevole, allo stato attuale delle conoscenze, negare il ruolo svolto da Biagio, che sembra aver tradotto in concreta realtà architettonica un’idea del committente, Sigismondo d’Este, e di suo fratello, il duca Ercole. I fantasiosi capitelli della loggia sul cortile, che esibiscono un variegato repertorio di motivi all’antica, sono stati probabilmente disegnati dagli stessi lapicidi che li hanno scolpiti.


Nella facciata d’ingresso i cambiamenti più radicali riguardano le aperture: le finestre del piano terra erano in origine in posizione diversa e assai più piccole, della stessa dimensione di quelle della facciata nord, mentre il portale, con le lesene che lo fiancheggiano, risale, secondo Lugi Napoleone Cittadella, agli interventi condotti nel 1641 per volere del nuovo proprietario, il marchese Giovanni Villa. Tutte le finestre del piano superiore che affacciano sulle vie sono evidentemente tardocinquecentesche. Anche i volumi del palazzo, incentrati attorno a un cortile rettangolare, hanno subito consistenti modifiche e ampliamenti, pur rimanendo l’edificio incompiuto.
Nonostante i numerosi elementi ancora da chiarire, non è ragionevole, allo stato attuale delle conoscenze, negare il ruolo svolto da Biagio, che sembra aver tradotto in concreta realtà architettonica un’idea del committente, Sigismondo d’Este, e di suo fratello, il duca Ercole. I fantasiosi capitelli della loggia sul cortile, che esibiscono un variegato repertorio di motivi all’antica, sono stati probabilmente disegnati dagli stessi lapicidi che li hanno scolpiti.
Nel febbraio 1493, non appena tracciate le strade all’interno della cerchia muraria in costruzione, Ercole d’Este procedette a lottizzare i terreni dell’Addizione posti lungo l’antica via che dal Giardino del padiglione portava a Santa Maria degli Angeli e alla Certosa. Fra gli acquirenti, tutti fedelissimi del duca, vi era suo fratello Sigismondo, che avviò velocemente l’edificazione del suo palazzo, se pochi mesi dopo stipulò un contratto per la fornitura di laterizi. L’ubicazione in un punto strategico e la monumentalità dell’edificio, lasciano intendere come Ercole e Sigismondo volessero farne un polo in grado di contribuire alla creazione della nuova identità urbana e di invogliare i ricchi cittadini a fare altrettanto. Il rivestimento a punta di diamante, emblema araldico degli Estensi fin dal tempo di Nicolò III, segna l’appartenenza alla famiglia ducale, l’uso della pietra, unico esempio nell’architettura residenziale ferrarese, ne esibisce il potere. Il palazzo resterà insuperato, quanto a magnificenza, nella “Terra nuova” e nell’intera città.
Le facciate costituiscono l’esempio fra tutti più noto di un rivestimento parietale adottato spesso per ricoprire singoli elementi dell’esterno dei palazzi rinascimentali, meno diffuso quando si tratta di rivestirne integralmente i prospetti. I primi esempi di un parato completo sembrano costituiti da palazzo Sanseverino a Napoli (1455-1470), parte della cui facciata fu inglobata nella chiesa del Gesù Nuovo, e dal palazzo di Marco Corner (1457-1460), poi Ca’ del Duca, a Venezia, progettato e solo parzialmente realizzato, cui segue palazzo Sanuti a Bologna (ante 1479 - 1482). L’unico, fra tali esempi, che si accomuna con l’ordito del palazzo ferrarese - con le bugne tutte uguali, piramidali, a base quadrata - è palazzo Sanseverino, che Ercole e Sigismondo avevano visto in costruzione al momento della loro partenza dalla corte d’Aragona, presso la quale erano cresciuti. I rapporti con Napoli continuarono ad essere stretti, se nel 1471 Ercole sposò la figlia del re Alfonso I, Eleonora. Sembra dunque plausibile che il rivestimento a diamanti sia stato una scelta dei due Estensi, desiderosi di rapportarsi alla capitale partenopea.
Da un documento del 27 ottobre 1494 apprendiamo come Biagio Rossetti e il muratore Bartolomeo Tristano fossero soci nella costruzione del palazzo, secondo una consuetudine già sperimentata in numerose fabbriche. L’anno successivo Sigismondo firmò contratti con lo stesso Tristano, per i lavori in muratura e per la posa in opera dei pezzi lapidei, con il marangone Paolo da Tamara e con il fornaciaio Leonardo da Reggio. A rappresentare Sigismondo nella stipula di quest’ultimo atto furono Battista Beltramoni e Biagio Rossetti. Nel 1496, testimone il modenese Iacopino de Bianchi, la facciata del palazzo - “molto alto” - risultava già decorata "a malmora e diamanti".
Il 22 aprile 1502 il lapicida Gabriele Frisoni da Mantova, anch’egli legato a Biagio da precedenti collaborazioni, ricevette da Sigismondo un pagamento per oltre 1000 lire, verosimilmente per procurare il materiale lapideo per la fabbrica, nella quale risultava impegnato. L’anno successivo, tuttavia, lo scalpellino si trasferì a Verona, lasciando insoluti 300 ducati d’oro; il lavoro venne richiesto dal tagliapietra Cristoforo del fu Ambrogio Brognoni da Milano e dal magnano Girolamo Pasini, che tuttavia vi rinunciarono l’anno successivo, perché l’opera risultava troppo onerosa. Nel 1507, quando Sigismondo era ormai morto, Cristoforo assunse da suo figlio l’appalto per la fornitura della pietra a condizioni più vantaggiose. Era ancora Biagio a sovrintendere il cantiere. (Maria Teresa Sambin de Norcen)
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