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Mura rossettiane e torrione del Barco

Inserito nel 1995 nella Lista del Patrimonio Mondiale tutelato dall'Unesco, il centro storico di Ferrara è delimitato da uno dei più estesi circuiti fortificati esistenti in Italia,

recuperato interamente dopo un complesso ed imponente restauro decennale avviato nel 1988; lunghe circa nove chilometri, le odierne Mura urbane riflettono significativamente l'evoluzione di oltre due secoli di storia dell'architettura militare, a partire dalle cortine meridionali verso l'antico corso del Po rinnovate da Borso d'Este alla metà del XV secolo, per poi passare al fronte nord e nordest voluto da Ercole I alla fine del '400, a quello sudorientale con i baluardi a freccia del successore Alfonso I, ai monumentali bastioni “ad asso di picche” tardo-cinquecenteschi lungo tutto il perimetro a sud e alle aggiunte seicentesche risalenti agli anni del dominio pontificio (i due bastioni rimasti della pentagonale fortezza a sudovest e la Porta Paola nell'attuale piazza Travaglio).
Il nome di Biagio Rossetti è indissolubilmente legato alla costruzione del tratto murario compreso tra gli odierni torrioni circolari del Barco e di San Giovanni Battista, coincidente con il perimetro settentrionale e nordorientale della cosiddetta Addizione Erculea o Terra Nova, ossia il colossale ampliamento urbano intrapreso a partire dal 1492 su impulso del duca Ercole I d'Este e che consentì alla città di raggiungere in pochi anni un'estensione più che raddoppiata, paragonabile a quella dei maggiori centri italiani, come Bologna, Firenze, Milano e Napoli.
Le incursioni e i saccheggi subiti tra il 1482 e il 1484 durante la rovinosa guerra contro Venezia rivelarono drammaticamente il grado di inadeguatezza delle architetture difensive della capitale estense, specie nei riguardi dei parchi, dei giardini, delle riserve di caccia, delle strutture agricole, delle residenze signorili e dei prestigiosi edifici chiesastici (tra cui Santa Maria degli Angeli e la Certosa) sorti fin dal tardo XIV secolo in quel vasto spazio a nord del Castello – al di là della cortina trecentesca percorrente l'attuale tracciato di corso Giovecca-viale Cavour – che Ercole I volle rendere più sicuro al termine delle offensive belliche con la Serenissima.
L'attuazione del recinto fortificato dell'Addizione rappresentò dunque per il duca un onere costante e prolungato; grazie all'impiego di manodopera proveniente da ogni parte dello Stato, dall'agosto del 1492 iniziarono i lavori di scavo delle nuove fosse perimetrali, di prosciugamento e di palificazione dei terreni di fondazione, di tracciamento di nuove strade (in gran parte coincidenti con percorsi già esistenti) e – dal giugno 1495 – di costruzione della nuova cinta muraria ad opera dell'architetto Biagio Rossetti e del fornaciaio Alessandro Biondo, affiancati da altri periti, quali Battista e Antonio Maria di Rainaldo: il duca stesso sovraintendeva ai lavori nella Terra Nova, dimostrando una competenza tecnica che ne mette in luce le qualità di principe aggiornato in materia di architettura e di strategie urbane, come d'altra parte dimostravano le diverse opere di Leon Battista Alberti che egli conservava nella propria biblioteca di corte.
Nel 1497 le due porte urbiche di San Benedetto e di San Giovanni Battista all'estremità del decumano del nuovo ampliamento (l'antica via dei Prioni, corrispondente alle attuali corso Porta Po-Biagio Rossetti-Porta Mare) erano terminate, mentre la Porta degli Angeli a nord, al termine dell'omonima via (oggi corso Ercole I d'Este), raggiunse il suo definitivo assetto solo nel 1525.
Le mura “rossettiane” realizzate tra il 1492 e il 1505 segnano il passaggio dalla difesa verticale piombante a quella orizzontale o “radente” e rappresentano uno dei più qualificati esempi di architettura militare italiana di “transizione” rispetto al sistema bastionato successivo. Un fossato d'acqua non profondo ma molto esteso (tra i 35 e gli 80 metri) rendeva maggiormente difficoltoso ogni tentativo di avvicinamento alle basse e spesse cortine merlate, dotate di scarpa nella parte inferiore demarcata da un laterizio cordolo decorativo a traccia. I torrioni minori semicircolari sono posti ad una distanza pari alla metà della gittata delle armi leggere ed avendo la funzione di difendere la cinta murata attraverso il tiro incrociato di balestre e di piccole artiglierie erano dotati di merli (oggi scomparsi) e di feritoie laterali posizionate su due livelli, il superiore dei quali era servito da impalcati lignei. Gli spostamenti interni dei militari da un torrione all'altro erano assicurati sia dal cammino di ronda sulle mura, protetto dal parapetto merlato, sia dal contraffosso ai piedi del terrapieno, sulla cui parte superiore (detta ramparo) venivano posizionati ulteriori armi pesanti a lunga gittata.(Andrea Marchesi)
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