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Isola e palazzo di Belvedere (scomparsi)

Situata lungo l'antico corso del Po, l'isola sabbiosa del Boschetto (o Belvedere) fu uno dei luoghi ameni più originali dell'intero Stato estense

Situata lungo l'antico corso del Po, a poca distanza dal vertice sudoccidentale delle mura cittadine, l'isola sabbiosa del Boschetto fu uno dei luoghi ameni più originali non solo del suburbio di Ferrara ma dell'intero Stato estense; l'antico sedime occupava il vastissimo spazio oggigiorno compreso tra le vie Maverna, Bonzagni, San Giacomo, corso Isonzo e corso Piave, dominato dalla presenza della Stazione ferroviaria. La salubrità dell'aria, l'abbondanza di acqua, la presenza di estesi spazi vergini boschivi rappresentarono i principali motivi che spinsero Alfonso I d'Este (duca dal 1505 al 1534) a rendere quella striscia di terra emersa un esclusivo luogo residenziale, il cosiddetto Belvedere, con strutture ad uso privato adattabili in certe occasioni a funzioni di primo ricevimento per gli ospiti illustri.
Il cantiere architettonico prese avvio nel 1513 e in meno di un decennio sorsero nuovi giardini geometrizzati, fontane, bagni, giochi idraulici, serragli per animali esotici e, soprattutto, il complesso sistema di edifici sull'estremità orientale, incentrato su un palazzo a pianta longitudinale con torri quadrangolari, ampia corte aperta su loggiati e diversi ambienti decorati internamente ed esternamente. Esaltata dai principali letterati ferraresi del primo Cinquecento (persino Ariosto la ricorda nella terza edizione del Furioso), l'isola di Belvedere fu per tutto il secolo un autentico palcoscenico del potere estense e degli allestimenti teatrali più importanti, tra cui l'Aminta del Tasso (1573).
Il sipario della storia su questo luogo edenico calò non molto tempo dopo la Devoluzione di Ferrara alla Santa Sede: tra il 1608 e il 1618 l'isola – e con essa una vasta porzione del circostante edificato urbano e suburbano – fu completamente spianata per far posto alla nuova fortezza pontificia (demolita nel 1865).
Una delle prime attestazioni sul Boschetto “in megio al Po” è rappresentata dalla lettera inviata nel novembre 1513 dall'architetto Biagio Rossetti al cardinale Ippolito d'Este, nella quale si fanno riferimenti a lavori di spianamento delle asperità terrose, di sradicamento della vegetazione infestante e delle successive piantumazioni di migliaia di alberi di rovere e pioppo, le cui fronde ombrifere avrebbero rinfrescato in più punti le terrazze aperte per i banchetti estivi. Ad oggi non esistono documenti grafici o planimetrici sul Boschetto attribuibili a Rossetti, all'epoca più che sessantenne ma molto impegnato in diverse fabbriche extraurbane per il duca e soprattutto per il fratello cardinale (nelle sue delizie di Baura, Codigoro, Ro e Sabbioncello).
Lunga circa un chilometro e dalla curiosa forma a mandorla, l'isola aveva un'estensione di circa 24 ettari: dalla stima del perito Benmambri risalente al 1598 sappiamo che la punta orientale contenente le strutture residenziali era delimitata da una cortina muraria scarpata e merlata, alta più di 6 metri e impreziosita con una fascia basale di marmo, laddove cancellate di ferro fissate a pilastri intercalati contornavano il resto della terra emersa: tutta la linea di recinzione presentava nella parte sommitale un apparato decorativo compiuto nel corso del 1516 con le rilucenti divise araldiche in metallo di Alfonso I d'Este, artefice della trasformazione del selvoso Boschetto nel Belvedere principesco ammirato per oltre un secolo da letterati, ambasciatori, sovrani, pontefici, artisti e architetti.
Tra gli elementi che più suscitavano lo stupore dei visitatori, vanno annoverate le due monumentali fontane, una in bronzo a forma di tronco d'albero ramificato e innestato al centro di una capiente vasca in marmo di Carrara (situata nel prato antistante il prospetto principale del palazzo), l'altra in pietra istriana in guisa di “sasso grande” ovvero di piccola montagna incastonata nel recesso alberato della parte posteriore: autori dei due manufatti (realizzati tra il 1517 e il 1519) furono Giovanni Andrea Gilardoni, il compagno Gregorio e Alfonso Lombardi, quest'ultimo tra i più noti scultori e bronzisti emiliani. Oltre alle fontane, l'ingegnoso duca fece realizzare altre strutture dotate di meccanismi idraulici, tra cui tubature sotterranee sprigionanti improvvisi giochi d'acqua, un ampio invaso circolare (costruito tra il 1519 e il 1523) sovrastato da un ponte ligneo fintamente immobile, dotato di un dispositivo che, azionato improvvisamente in talune circostanze, provocava il divertito ammollo del basito passante, e le “stanze da bagno” congiunte posteriormente alla dimora, formate da ambienti non molto grandi con vasche gradonate e volta a botte per un miglior mantenimento dell'umidità e del calore fornito da caldaia in rame. (Andrea Marchesi)
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